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Cosa possiamo imparare da Spiderman: Far from home?

di Mirko Giustini



Chi si aspetta di ritrovare il Peter Parker sbadato e confusionario del primo film dovrà ricredersi. In Spiderman: Far from home l’eroe del Marvel Cinematic Universe è tutt’altro che un ingenuo studente del liceo chiamato a salvare il mondo. E non potrebbe essere altrimenti dopo l’estremo sacrificio del suo mentore Tony Stark (interpretato da Robert Downey Jr.) alla fine di Avengers Endagame. Il protagonista (impersonato dall’attore Tom Holland) si trova di fronte a un bivio: tornare alla sua vita di sempre e provare a conquistare l’amata Michelle “MJ” Jones o assumersi la responsabilità di sostituire Iron man come protettore della Terra. Mentre in altri casi la scelta è posta come un aut-aut, nel finale si lascia intendere la soluzione conciliativa, benché più difficile, resta la migliore. Un primo messaggio positivo dunque: in un’epoca in cui la polarizzazione tra gli opposti sta dilaniando il tessuto sociale, l’invito a contemplare la realtà come più complessa rispetto a inopportune semplificazioni aiuta a capire quanta profondità sia necessaria per raggiungere l’equilibrio tra libertà e responsabilità.


Il secondo aspetto da sottolineare è il ruolo dei giovani nella società contemporanea. Quel che sorprende, e forse spaventa, è la ridondante inettitudine degli adulti presenti nel film. In primis gli insegnanti che accompagnano gli studenti in gita scolastica, che non solo non si rendono conto di quanto sta accadendo loro intorno, confondendo continuamente la scienza con la stregoneria, ma si perdono continuamente studenti senza neanche accorgersene. Nemmeno l’ex direttore dello S.H.I.E.L.D. Nick Fury (interpretato da Samuel Lee Jackson) sembra sfuggire alla critica del declino dell’autorità. Fortuna che gli sceneggiatori hanno recuperato la dignità del personaggio nelle scene post credit. A salvare questo fragile mondo invece tocca al giovane Peter e ai suoi amici che, a differenza del mondo reale, non vengono ghettizzati in miseri spazi di espressione, né discriminati per la loro età, bensì viene concesso loro di integrarsi e collaborare con pari dignità con i propri maestri di vita. Insomma, per ora il patto intergenerazionale almeno nella finzione tiene, ma non si può non accorgersi di quanto sia sottile.


Protagoniste della pellicola infine sono anche le diverse interpretazioni contemporanee dell’amore. L’improbabile relazione tra la zia May (Marisa Tomei) e Happy Hogan (Jon Favreau) impedisce loro di vedere quanto il personaggio interpretato da Holland sia in difficoltà, tanto che il loro apporto arriva in ritardo. Emblematica la scena in cui i due, seduti sul divano, provano a definire il loro rapporto davanti a un Peter Parker travestito da Spiderman. Davanti a figure genitoriali che assumono comportamenti fanciulleschi, ai giovani non resta altro che crescere più velocemente di quanto dovrebbero e affrontare al loro posto le grandi questioni del secolo. Parallela e complementare a questa coppia è quella tra l’amico Ned (Jacob Batalon) e una sua compagna di classe. La classica storia che nasce e muore in gita scolastica viene vissuta dai due ragazzi scimmiottando una maturità affettiva che per ragioni anagrafiche non possono avere.


Ultima stoccata per il mondo dell’informazione. L’apparizione nel finale di John Jonah Jameson, direttore del giornale Daily Bugle, che in pochi secondi ribalta l’intero significato della pellicola aprendo a un sequel in cui l’operato dell’eroe sarà mistificato fake newsnon può che farci riflettere su quanto discernimento e spirito critico occorrano nel conoscere ciò che ci circonda.

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